Covid-19 e scuole, le riflessioni del referente del Liceti: «Un lavoro abnorme, con regole in continuo cambiamento»

Liceti

Da Valerio Di Cristofano, referente scolastico Covid dell’Istituto Liceti di Rapallo, riceviamo una riflessione sui riflessi che la pandemia sta avendo sull’organizzazione del lavoro nelle scuole ed ovviamente sulla didattica. La pubblichiamo integrale, nelle convinzione che sia un documento che è anche una testimonianza storica del periodo che stiamo vivendo.

Dal 1° settembre 2021 mi trovo a ricoprire l’incarico di referente scolastico Covid di un Istituto abbastanza grande del Levante Ligure, circa 830 alunni e oltre 150 dipendenti. Sapevo bene ciò a cui andavo incontro anche perché avevo già collaborato, nei due anni precedenti, alla gestione della pandemia in ambito scolastico e conosciuto la fatica di continui cambiamenti normativi, legati all’ineluttabile dilagare del virus che ci ha costretti, dalla seconda ondata in poi (durante la prima eravamo in lockdown totale), a infiniti walzer tra didattica in presenza e didattica a distanza. Ero cosciente che, accanto alla variabile del virus che è, ahimè, colui che principalmente detta le regole, altri fattori avrebbero influenzato il lavoro delle scuole, in modo particolare le decisioni del Governo con i suoi tanti decreti, spesso pubblicati di notte o nei weekend. Comprendevo tutto sommato le difficoltà di chi, ai più alti livelli, deve decidere ed ero disposto a dare il mio piccolo contributo per evitare il dilagare del virus e garantire, al contempo, ai ragazzi di seguire le lezioni ed avere un’istruzione anche perché, è innegabile, la DAD è uno strumento utile ma i nostri studenti hanno bisogno di un rapporto costruito in presenza, a tu per tu, in quel clima unico e dalle mille sfumature che si crea in una scuola.

Con queste poche righe vorrei riassumere ciò che Dirigenti Scolastici, docenti, personale ATA, studenti e famiglie hanno vissuto in questi mesi e lo faccio con un punto di vista che è naturalmente parziale e circostanziato alla scuola nella quale presto servizio, ma nella quale tanti, credo, possano riconoscersi.

Abbiamo ripreso la scuola, a settembre 2021, con tanto entusiasmo e con la speranza di poter finalmente ripartire, sembrava proprio che ce la stessimo facendo e, pur aumentando i casi di mese in mese, fino a Natale ci sembrava vero poter tornare ad una sorta di normalità, alla cui costruzione abbiamo tentato di lavorare facendo nostre le parole del celebre romanzo La peste di Albert Camus: “andare avanti, a tentoni nell’oscurità, inciampando forse a volte, e cercare di fare ciò che di buono era in nostro potere”. Ad ogni studente positivo abbiamo attivato la DAD, abbiamo isolato i contatti stretti, abbiamo cercato di evitare che le scuole si trasformassero in focolai e, con tanto lavoro, con una grande sinergia di tutte le forze della scuola, l’aiuto dei genitori e il sostegno perenne del Dipartimento di Prevenzione (a tutte le ore ed anche nei giorni festivi), ci siamo perfino riusciti. Tuttavia, già nei mesi che hanno preceduto la pausa natalizia, tante contraddizioni ci hanno appesantiti, la prima delle quali è stata la dicotomia tra normativa e realtà. Veniva per esempio decantato, a seguito della rilevazione di un positivo in una classe, che la scuola sarebbe continuata in presenza poiché, a tempo zero (nelle 24 / 48 ore dal caso di contagio), tutta la classe sarebbe stata sottoposta a test. Fantascienza pura, poiché le ASL, che come e più di noi hanno vissuto questi mesi difficili sotto pressione e senza un sostanziale potenziamento del loro organico, non erano assolutamente in grado di ottemperare a quello che il Governo non solo scriveva ma pubblicizzava come strumento di lotta alla pandemia.

Il fondo lo abbiamo però toccato al rientro dalle vacanze di Natale, se di vacanze si è trattato dal momento che in quei giorni è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i lavoratori della scuola (sacrosanto, senza dubbio, ma ancora una volta troppo macchinoso nelle sue forme) e le scuole hanno dovuto procedere agli atti di sospensione per il personale inadempiente con una burocrazia più somigliante a quella dell’URSS degli anni di Beznev che non a regole di uno Stato che davvero tutela i suoi lavoratori. Il mese di gennaio nelle scuole ha rappresentato una sorta di saga della follia. Salvare la didattica a tutti i costi e, al contempo, fermare l’avanzare della variante Omicron: questi gli imperativi categorici che lo Stato si era posto e che, in effetti, sono condivisibili. Nella realtà pratica, alla fine della prima settimana di scuola, avevamo quasi 600 alunni su 830 in DAD o DDI, decine di malati tra i docenti e il personale ATA; le ASL avevano completamente smesso, per ovvie ragioni, di emettere provvedimenti di quarantena per le scuole secondarie e i ragazzi venivano posti in DAD con provvedimenti scolastici, che la normativa permetteva di emettere “in attesa delle disposizioni sanitarie” che non arrivavano mai né che potevano arrivare visto il numero ciclopico di contagi a cui si è assistito. Abbiamo tenuto aperte le scuole, lavorando dal mattino presto a sera tarda per garantire un servizio che faceva acqua da tutte le parti (è forse salvare la didattica fare lezione con due ragazzi in presenza e 20 a distanza?). Abbiamo cercato di rispondere alle tante domande che le famiglie ci ponevano in continuazione, perché le regole, in continuo cambiamento, non sono sempre di facile comprensione e la casistica è sempre molto più ampia di quello che il Legislatore possa prevedere. Abbiamo resistito ma ancora una volta abbiamo dovuto constatare che chi emette decreti e circolari non abbia la minima coscienza di ciò che accada nel concreto all’interno di una scuola. Abbiamo sostituito i tantissimi colleghi assenti modificando in continuazione l’orario delle lezioni e provando a fare del nostro meglio per il bene dei ragazzi (se davvero questo era il loro bene) e per non disattendere a quello che le norme ci chiedevano; ma ci siamo sentiti presi in giro quando i nostri Ministri ci raccontavano che andava tutto bene. Come ci sentiamo presi in giro quando vediamo che nessuno si preoccupi di destinare qualche fondo per il personale che ha lavorato il doppio e il triplo di quello che gli è chiesto contrattualmente; i pochi contratti dell’organico aggiuntivo Covid che sono stati destinati a ciascuna istituzione scolastica non coprono certamente una mole di lavoro abnorme né sono state previste risorse extra per ricompensare il personale che ha contratti ordinari nel comparto scuola.

Ora la curva del virus scende ma certo non possiamo dirci fuori dalla quarta ondata che ieri ha fatto contare oltre settantacinquemila nuovi casi in Italia e oltre duemila in Liguria. E lo scorso weekend è arrivata l’ennesima beffa: un Decreto Legge, operativo dal 5 febbraio, che rivoluziona di nuovo la gestione dei casi Covid nelle scuole e lo fa in pieno weekend, costringendoci quindi, dopo settimane già faticose, a passare la domenica a scrivere circolari, a cambiare provvedimenti già in atto, a rispondere alle famiglie in completo stato di confusione. E ancora una volta lo abbiamo fatto, anche se un po’ più con l’amaro in bocca, credendo ancora che essere tempestivi serva a lottare contro il virus; iniziamo tuttavia a fare fatica a credere che certe misure siano prese come strumento di lotta alla pandemia o, addirittura, che chi le abbia scritte sia mosso da una qualche preoccupazione di ordine didattico ed educativo. Sì, qualche dubbio ci viene, ma, come già ben disse Manzoni nella sua Storia della colonna infame, “è men male l’agitarsi nel dubbio, che il riposar nell’errore”; l’errore prolungato e reiterato di chi non vuole salvare la scuola o la società ma la propria faccia.

Rapallo, 11 febbraio 2022

Valerio Di Cristofano, referente scolastico Covid IISS “Liceti” di Rapallo